di Raffaella Di Meglio
Bizantini e Saraceni
I documenti relativi al periodo medioevale sono quasi del
tutto assenti[1].
In seguito alla caduta dell’impero romano, Ischia
non
è risparmiata dalle invasioni delle popolazioni barbariche,
dai Visigoti di Alarico ai Longobardi.
Dal 558 al 588 l’isola diventa
parte dell’impero Bizantino. Secondo lo
studioso Pietro Monti
il toponimo Forio risalirebbe proprio all’epoca bizantina,
quando i nuovi insediamenti tassabili venivano distinti nei registri in
kastra, ad
indicare luoghi fortificati, e khoria,
termine utilizzato
per i luoghi indifesi ed esposti ad attacchi, come Forio,
caratterizzato da una lunga fascia costiera e da un territorio
pianeggiante, privo di difese naturali e quindi aperto agli sbarchi di
nemici.[2]
Lungo via Cava delle Pezze sono stati rinvenuti frammenti di ceramica
bizantina che documentano l’esistenza di abitazioni risalenti
al VI-VII sec. d. C.[3]
Dal 661 al 1130 l’isola
dipende dal Ducato di Napoli ed ha un proprio governatore con il titolo
di Conte. Esiste un rogito del conte
Marino e della contessa Teodora, datato 12 maggio 1036, con il
quale i coniugi lasciano tutti i beni posseduti sull’isola al
convento benedettino di Santa Maria a Lacco Ameno. Dal documento si
deduce che gli isolani sono dislocati in villaggi sparsi, dove lavorano
spesso al servizio dei nobili napoletani, dedicandosi
all’agricoltura (in particolare alla coltivazione della vite)
e alla pesca.[4]
Uno dei casali altomedievali meglio
documentati è quello detto di Eraclius a
Lacco
Ameno che,
con l’avvento del Cristianesimo, diventa un vero e proprio
punto di riferimento sull’isola.[5]
Ischia continua ad essere vittima di
saccheggi, devastazioni e invasioni. Nel IX secolo è
tormentata dalle incursioni dei Saraceni,
tra cui quella dei Mauri,
avvenuta nell’agosto dell’812, che � talmente disastrosa da indurre il papa
Leone III ad inviare una lettera all’imperatore Carlo Magno
per raccomandargli le sorti degli abitanti dell’isola
“quae dicitur Iscla Majore”. [6]
La frequenza e
l’intensità degli attacchi saraceni si spiegano
anche con la debolezza e l’inadeguatezza del sistema
difensivo, all’epoca ancora piuttosto disorganico e
rudimentale. In caso di avvistamento di navi nemiche il capo del casale
dà l’allarme suonando una conchiglia chiamata
“tofa”[7], e, per impedire lo sbarco dei
pirati, vengono lanciate pietre appositamente raccolte. Intanto gli
abitanti, avvertiti dal suono della tofa, si rifugiano nelle grotte o
sul castello di Ischia,
situato su uno scoglio. Il castello
è indicato nei documenti come Gerone
o Insula
Minor per
distinguerlo dal resto dell’isola, denominata fino al XIV
secolo Insula major
o Insula
o, nella più comune forma
dialettale, Iscla,
da cui è derivata la denominazione
attuale. Questo isolotto, a partire
dalla seconda metà del I millennio d. C., diventa il nuovo
capoluogo dell’isola, sostituendo definitivamente quello di
Lacco Ameno. Potendo garantire una più sicura protezione, il
castello si pone come punto di riferimento della popolazione in caso di
incursioni.[8]
Normanni e Svevi
Dal 1130 al 1184 Ischia passa
sotto la dominazione
normanna. Un documento dell’Archivio
della Zecca testimonia che le navi isolane godono di una franchigia nel
porto di Pisa[9],
segno che i traffici commerciali degli isolani già in questo
periodo sono piuttosto intensi. I Pisani però, in occasione
dell’attacco ad Amalfi, nel 1135 non esitano a saccheggiare
anche Ischia.
Napoli e l’isola
d’Ischia passano poi sotto il dominio degli Svevi,
restandovi
fino al 1268. Sotto il regno di Federico II Ischia conosce un periodo
favorevole: il re potenzia la flotta e la marineria ed elargisce alcune
concessioni, quali la facoltà di eleggere due giudici e la
nomina del vescovo da parte dei Capitoli Cattedrali, anziché
dalla Santa Sede.[10]
La relativa tranquillità
favorisce un maggiore sviluppo insediativo, anche in relazione alla
principale attività degli isolani, l’agricoltura e
in particolar modo la coltivazione della vite, che induce gli abitanti
a distribuirsi per piccoli nuclei sull’intero territorio
isolano, compreso quello di Forio. Ciò è
confermato indirettamente dall’elevato numero di vittime,
oltre 700, causate dal violento terremoto che scuote l’isola
nel 1228.[11]
La dinastia angioina
Nel 1268 a Tagliacozzo Carlo I
d’Angiò, fratello minore di Luigi IX re di
Francia, sconfigge Corradino, ultimo esponente della dinastia sveva. La dinastia
angioina � ormai saldamente insediata a Napoli, ma non a Ischia, che nel 1282, sull’onda
della rivolta siciliana dei Vespri, si ribella al dominio francese, caccia gli
Angioini e acclama re Pietro d’Aragona, marito della figlia
di Manfredi. Per diciassette anni Ischia, respinti i ripetuti tentativi
angioini di riconquistare l’isola, si distacca dalla
dipendenza da Napoli e resta sotto la dominazione aragonese.[12] Per
questo, quando Carlo II d’Angiò nel 1299 sconfigge
gli Aragonesi e riprende l’isola, per punire i ribelli, la fa
devastare inviandovi 400 soldati. Di lì a poco, nel
1301-1302, il versante nord-orientale dell’isola è
distrutto dalla memorabile eruzione
dell’Arso, che risparmia però il Castello.[13]
A Carlo I e a Carlo II si devono la
promozione del commercio marittimo, il potenziamento della flotta
isolana e la costruzione di un porto nello specchio d’acqua
sottostante il Castello. Compresa l’importanza strategica
dell’isolotto, sito ideale per una città-fortezza,
i regnanti angioini vi organizzano un presidio militare e vi edificano
abitazioni. Il Castello, indicato in alcuni documenti come
“Civitas”, si conferma quale punto di riferimento e di
aggregazione per la popolazione distribuita nei casali
dell’isola.[14]
Documenti di epoca angioina attestano
l’esistenza di un casale “Furio” e
forniscono le prime testimonianze della struttura urbanistica
dell’isola: nella cronistoria
redatta nel 1268
dal castellano
Bono Bonomano per conto di Carlo I d’Angiò compare
il casale
“Furio” accanto a
“Girone”, “Guarno”,
“Moropani”, “Sancto Sosso” e
“Villanova”; l’esistenza del nucleo
“Furio” è confermata due anni dopo dai
registri della cancelleria angioina, dove la stessa denominazione
compare nell’elenco dei casali tassati per ordine del re.[15]
Secondo Pietro Monti il casale in epoca
angioina è organizzato intorno ad una chiesa dedicata a S.
Vito, edificata a spese degli abitanti nella marina di Citara
(nell’attuale piazzetta di Citara sono stati rinvenuti
frammenti di ceramica medievale). La zona viene in seguito abbandonata
perché troppo esposta alle incursioni saracene e il nucleo
abitativo si trasferisce in un sito più elevato e sicuro,
dove viene eretta la nuova chiesa
di S. Vito.[16]
Testimonianze della Forio
medievale
A Forio ancora oggi nelle vie S. Antonio
Abate, Casa di Maio, S. Giovanni e via Vecchia è
riconoscibile il tessuto viario medievale, ramificato in vicoli
tortuosi spesso a fondo cieco, che comincia a delinearsi proprio in
epoca angioina. Le stradine contorte e anguste assolvono ad una duplice
funzione protettiva, dal vento e dalle incursioni piratesche, che si
faranno sempre più intense nei secoli successivi.[17] Da qui
deriva presumibilmente la denominazione tradizionale di
“vicoli saraceni” diffusa a livello locale. Come ha
osservato Ilia Delizia, l’attuale vico del Torrione va
interpretato come originario proseguimento di via S. Antonio Abate per
l’accesso alla marina.[18]
Due chiese, quella di S. Vito e quella
di S. Maria di Loreto, costituiscono i centri di aggregazione intorno
ai quali si sviluppano gli iniziali nuclei abitati, l’uno
contadino, l’altro marinaro. Il primo insediamento ha come
riferimento la chiesa
di S.Vito, documentata fin dal 1306, intorno alla
quale si raccoglie la popolazione foriana, composta per lo
più da contadini, dislocata nelle campagne circostanti. La
chiesa, situata in una posizione elevata, offre maggiori garanzie di
protezione dagli attacchi provenienti dal mare: il sito è
detto “castello a roccia” per la posizione elevata
che consente di dominare il paese, quasi come “un castello
naturale costruito sulla roccia”.[19]
Nel XIV sec., con
l’edificazione da parte dei marinai della chiesetta di S.
Nicola da Tolentino, divenuta in seguito la chiesa
di S. Maria di
Loreto, l’abitato comincia ad estendersi a sud e
nasce un
borgo marinaro nei pressi del molo.[20]
L’ampiezza del tessuto viario
e l’ammontare della suddetta tassazione angioina a 4 once
d’oro annue, una delle più elevate tra i casali
dell’isola[21],
testimoniano l’importanza del centro in epoca medievale.
[1]
Per una ricostruzione del periodo altomedievale cfr. P. Monti, Ischia
altomedievale,
Ischia, 1991.
[2]
P. Monti, Ischia altomedievale,
op. cit., p. 215.
[3]
Ibidem.
[4]
P. Monti, Ischia altomedievale,
op. cit., p. 24; B. Valentino, Storia
dell’isola d’Ischia, Casamicciola
Terme, Valentino editore, 2005, pp. 38-39.
[5]
Sul villaggio cfr. P. Monti, Ischia altomedievale,
op. cit., pp. 121-134.
[6]
G. D’Ascia, Storia dell’isola
d’Ischia, Arnaldo Forni Editore, 2004 [Rist.
1ª ed. 1867, Napoli, Stab. Tip. Di Gabriele Argenio], p. 120,
p. 253 nota 93; I. Delizia, Ischia.
L’Identità negata, Napoli, ESI, 1987,
p. 101, p. 113 n. 1.
[7]
P. Monti, Ischia altomedievale,
op. cit., p. 115, fig. 73 p. 116. La tofa sarà utilizzata
fino agli anni Cinquanta dai pescherecci per segnalare di notte la
presenza delle reti alle altre navi.
[8]
G. Buchner, A. Rittman, Origine e passato
dell’isola d’Ischia, seconda edizione,
Lacco Ameno, Imagaenaria, 2000, pp. 115-117; I. Delizia, op. cit., pp.
105.
[9]
Il documento, andato distrutto nel 1943, � citato da G. D’Ascia, op. cit., p.
318 e da Monti Pietro, Ischia.
Archeologia e storia, Napoli, 1980, p. 621.
[10]
B. Valentino, op. cit., pp.
43-44.
[11]
I. Delizia, op. cit., p. 103.
[12]
G. D’Ascia, op. cit.,
pp. 123-124.
[13]
G. D’Ascia, op. cit.,
pp. 125-127.
[14]
I. Delizia, op. cit., pp.
105-106.
[15]
I. Delizia, op. cit., p. 104; P.
Monti, Ischia
altomedievale, op. cit., p.213.
[16]
P. Monti, Ischia. Archeologia e storia,
op. cit., p. 632; P. Monti, Ischia
altomedievale, op. cit., pp. 213-214.
[17]
I. Delizia, op. cit., pp.
110-111; I. Delizia (a cura di), Ischia
d’altri tempi, Napoli, Electa, 1990, p. 227.
[18]
Ibidem.
[19]
G. D’Ascia, op. cit.,
p. 393.
[20]
I. Delizia, op. cit., p. 111.
[21]
I. Delizia, op. cit., p. 104.