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Section Patrimonio storico artistico/Beni Scomparsi/Chiesa di San Giovanni

Chiesa di San Giovanni

di Raffaella Di Meglio

La chiesetta fu fondata nel 1617 nei pressi della cattedrale di S. Vito, sulla collina che ha preso il nome dal santo, detta, come scrive D’Ascia nel 1867, Castello a roccia «perché la posizione era su di un altura a forma di roccia, che dominava da tutti i lati il paese, sembrava un Castello naturale costruito sulla roccia. Accrescendosi la popolazione nel paese, in quella contrada e sue adiacenze inalzaronsi case ed abitazioni, e fra queste la Cappella gentilizia della famiglia Sorrentino, per cui cambiò nome la contrada ed oggi dicesi di S. Giovanni»[1].

Le fonti che hanno permesso allo studioso Di Lustro[2] di ricostruire parzialmente le vicende storiche della cappella sono le visite pastorali: nella visita del 1825 la chiesa è paragonata ad una “spelunca latronum” e si invitano i proprietari a restaurarla; nel 1855 l’edificio doveva essere in buone condizioni se il vescovo Romano ordina di restaurare l’immagine di S. Giovanni.

Dieci anni dopo, come testimonia D’Ascia, la chiesa è invece chiusa e abbandonata[3] e non viene menzionata nelle visite del 1873 e del 1886.

Nel 1950 esisteva ancora, sebbene ormai in rovina, e l’ingegnere Salvati ne ha inserito una descrizione e un disegno nel suo testo dedicato all’architettura isolana, pubblicato nel 1951. Salvati ipotizza che la chiesetta rappresenti il primo esempio di uno stile locale e di uno schema che caratterizza altre chiese foriane edificate tra il XVII ed il XVIII secolo, come Visitapoveri, S. Gaetano e S. Michele. Nel disegno di Salvati la facciata presenta un portale in pietra locale sormontato da un fregio liscio tra due mensole e da un frontone ornato ai vertici da tre sfere. La facciata culmina in un cornicione di pietra al di sopra del quale si ergono tre archetti, di cui quello centrale più elevato, a sostegno della croce. Altre quattro sfere ornano la sommità della facciata, due alle estremità del cornicione, le altre in corrispondenza dei due archetti laterali[4].


Fonti: D’Ascia Giuseppe, Storia dell’isola d’Ischia, Arnaldo Forni Editore, 2004 [Rist. 1ª ed. 1867, Napoli, Stab. Tip. Di Gabriele Argenio], pp. 393-394; Di Lustro Agostino, “Chiese distrutte a Forio”, Ischia Oggi, anno VI, n. 6, 12 giugno - 12 luglio 1975, p. 3; Salvati Francesco Paolo, Architettura dell’isola d’Ischia, Napoli, 1951, p. 29.


[1] G. D’Ascia, Storia dell’isola d’Ischia, Arnaldo Forni Editore, 2004 [Rist. 1ª ed. 1867, Napoli, Stab. Tip. Di Gabriele Argenio], pp. 393-394.

[2] A. Di Lustro, “Chiese distrutte a Forio”, Ischia Oggi, anno VI, n. 6, 12 giugno - 12 luglio 1975, p. 3.

[3] G. D’Ascia, op. cit., pp. 393-394.

[4] F. P. Salvati, Architettura dell’isola d’Ischia, Napoli, 1951, p. 29.

Disegno della facciata. Fonte: F.P. Salvati, Architettura dell'isola d'Ischia, Napoli, 1951, p. 29

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