In alcune chiese foriane è ancora possibile
ammirare
pregevoli
pavimentazioni di mattonelle maiolicate, sebbene nella maggior parte
dei casi siano purtroppo gravemente consumate dall’usura. Le
opere, commissionate a fabbriche napoletane specializzate tra il XVIII
ed il XIX sec., ma spesso realizzate con argilla ischitana[1],
mentre testimoniano l’assenza a Forio di maestranze altamente
qualificate, attestano l’esistenza di una classe sociale
colta,
sensibile e consapevole, in contatto con il fervido ambiente culturale
napoletano del tempo.
L'abside
della chiesa del Soccorso
presenta un rivestimento risalente alla prima metà XVIII
sec.,
che probabilmente era in origine esteso a tutta la chiesa.
Anche la cappella Immacolata della Basilica di S. Maria di Loreto � pavimentata con mattonelle maiolicate, realizzate intorno al 1759 probabilmente da un componente della famiglia napoletana Massa.
Al 1777 risale la pavimentazione che
decorava la distrutta Cappella
Regine. Fortunatamente sottratta alla demolizione e alla
perdita del
ricchissimo patrimonio custodito nella chiesetta, è oggi
conservata presso il Museo Artistico Industriale di Napoli. Non si
è salvato invece dalla dispersione un altro pregevole
pavimento
maiolicato collocato nella loggetta della cappella e decorato, secondo
la testimonianza di Volpicella, con storie della creazione del mondo e
dell’arca di Noè.
Gravemente danneggiato è
invece l’elaborato impianto
decorativo della chiesa dell’Arciconfraternita di Visitapoveri,
risalente
al 1791. Poche le parti completamente integre anche della pavimentazione
della chiesa dell’ Oratorio dell’Assunta,
datata 1800.
I pavimenti della Cappella Regine e
dell’Arciconfraternita di Visitapoveri, decorati con motivi
floreali e fogliacei dai colori chiari e delicati (affine è
anche l’impianto decorativo dell’Oratorio
dell’Assunta, sul quale al momento non sono stati
rintracciati
studi), sono stati attribuiti da Donatone alla Fabbrica napoletana dei fratelli
Chiaiese[2],
una delle dinastie di maiolicari attive nella città
partenopea
tra la fine del XVII sec. e il XVIII sec. Alla fabbrica Chiaiese,
operante a Napoli dal 1692 (data in cui risulta attivo nella zona del
Mercato il capostipite Andrea) al 1848 (la fabbrica si era spostata al
n. 60 della Marinella), si devono non solo commissioni per edifici
napoletani (cupola di S. Marcellino, impiantito del coro della chiesa
dell’ex convento di Suor Orsola Benincasa), ma anche
esportazioni
al di fuori della Campania. Ad uno dei fratelli, Ignazio, dal 1750
«Capo Maestro Rigiolaro», risultano documentate
importanti
commissioni, come quella del perduto pavimento della galleria del
Palazzo del Viceré a Palermo nel 1752, e nel 1752-54
ordinazioni
per la Casa Reale. Opera di un altro fratello, Leonardo, è
il
famoso pavimento della chiesa di S. Michele ad Anacapri del 1761.
I pavimenti sei-settecenteschi
realizzati dalle
fabbriche napoletane presentano eleganti, talvolta elaborate
decorazioni naturalistiche e paesistiche, intrecci floreali, volatili,
putti, ampie volute. I colori rivelano l’influenza delle
luminose
opere pittoriche delle chiese barocche, mentre il repertorio
iconografico trae ispirazione dai locali pittori di natura morta; nel
Settecento il repertorio decorativo delle fabbriche maiolicare
napoletane si arricchisce prendendo a modello anche i motivi degli
arazzi francesi. Quello di Ignazio Chiaiese, ad esempio, presenta una
complessità ornamentale di gusto rococò e
rocaille.
Gli impianti decorativi complessi venivano spesso eseguiti
sotto la
direzione e la supervisione di architetti che ne realizzavano i disegni[3]
(a Napoli nel Seicento opera in tal senso Domenico Antonio Vaccaro).
L’esecuzione richiedeva
operazioni lunghe e
complesse. Venivano utilizzate mattonelle quadrate di 20 cm, le riggiole,
che erano «plasmate dall’argilla a mano libera in
telai,
battute e ritagliate a pasta umida, poi squadrate con la
«martellina». Gli impiantiti a grande disegno
comportavano
complesse operazioni prima della cottura, di ideazione e di disegno.
Circa la materia prima, l’argilla napoletana, piuttosto
salmastra, non era molto indicata per la manifattura di piastrelle, per
cui le fabbriche se ne provvedevano dalle cave di argilla di Ogliara,
Montesarchio e, per via mare, dalla stessa Ischia e soprattutto da
Formia».[4]
[1]
G. Donatone, Maiolica
popolare campana, Napoli, Edizione Banco di Napoli, a cura
delle Edizioni Scientifiche Italiane, 1976, pp. 59-60.
[2]
G.
Donatone, Pavimenti e
rivestimenti maiolicati in Campania, Napoli, Isveimer,
1981, p. 59. Sulla Fabbrica dei Chiaiese pp. 56-63 e G. Donatone (a
cura di), La maiolica
napoletana del Settecento, Napoli, Adriano Gallina
Editore, 1981, pp. 29-32.
[3]
G. Donatone, Pavimenti e rivestimenti
maiolicati in Campania, op. cit.
[4]
G.
Donatone, Maiolica
popolare campana, op. cit., pp. 59-60.